LOVE
La Filosofia nasce e finisce con due domande, abissali e insieme di purezza cristallina: la domanda sull'Essere e la domanda sull'Amore. L'Amore, come l'Essere, sfugge dalle mani dell'uomo, gli scivola tra le dita - quando crede di possederlo, di poter dire "ecco, ce l'ho!", ecco che si è rarefatto, nascosto. L'Amore è una creatura delicata, timida, il pensiero deve farsi gentile nell'accostarvisi, deve rinunciare ad ogni tenere e ad ogni capĕre. L'Amore è silenzioso, e la domanda su di esso deve essere posta come all'Oracolo più santo. Ogni tentativo metafisico di predicare sull'Amore è fallimentare. L'Amore, come l'Esistenza, non è un predicato, non è uno stato di cose né una qualità. Esso non è riducibile al corpo né all'anima - posto che vi siano cose come il corpo e l'anima. L'Amore non concerne oggetti, non riguarda cose. Indubbiamente però implica un atto, un volere, a modo suo, implica un valore: ci si innamora - one falls in love. L'Amore implica un atto violento, una rottura, una caduta - è un Evento.
![]() |
| Shiva e Parvati; india nord-orientale, X-XI secolo. Museo d'Arte Orientale, Torino. |
![]() |
Lucia Mondella che guarda dalla finestra se ritorna il suo fidanzato nel giorno stabilito per le nozze.
Eliseo Sala, 1843.
|
Due sono gli Eventi fondamentali nella storia dell'Essere: il suo inizio, in seno alla civiltà greca; la morte di Dio, cantata da Friedrich Nietzsche. Innamorarsi è un Evento, biografico forse, ma per l'innamorato vuol dire tutto - e credo che nessuna metafora possa meglio mostrarne la profondità spiazzante e gioiosa: innamorarsi è come scoprire che Dio esiste. L'intero sistema di valori su cui l'esistenza di una persona si reggeva viene spazzato via, la rete dei sensi che costituiva il mondo viene reinterpretata da cima a fondo, ricreata, plasmata. Come la polvere di ferro si muove verso un magnete potente, tracciando le linee di campo, così ogni significato muta, cambia senso. Il senso ultimo è la persona amata. Di solito, "innanzitutto e perlopiù", tutte le strade portano a noi, siamo il centro del mondo. L'innamoramento implica un totale decentramento, lo richiede e lo impone. La persona che amiamo è la causa della nostra esistenza, la causa che sposiamo, che è in noi più di noi stessi. Essa ci chiama da una profondità alla quale non siamo abituati, i nostri occhi non vedono ancora, il nostro udito non ci guida. Le parole articolano a malapena le nostre emozioni, e sono impotenti di fronte al fatto, radicalmente contingente, misterioso ed incontestabile, dell'Amore. Le parole parlano di cose, e l'Amore non è una cosa.
Ma questa chiamata da dove chiama? E chi chiama? L'Amore non conosce motivazioni - è la motivazione. Esso non conosce predicazioni né causalità - ogni predicato è ora interpretato nella sua prospettiva. Perché amiamo la persona che amiamo? Non possiamo rispondere a questa domanda - e non perché sia una domanda troppo difficile per l'uomo, troppa gente in fondo sa perché ama. In verità, nel momento in cui sappiamo perché... non amiamo veramente. Se il nostro amore è diretto verso qualcosa di particolare, per quanto generale, "non coglie il punto". "La amo per la sua intelligenza, per la sua bellezza, per la sua arguzia..." - tutto questo non fa l'Amore. Continuiamo realmente ad amare anche quando la Mente e il Corpo si deteriorano, quando la persona amata è "al suo peggio", amiamo i suoi difetti come se fossero la perfezione. Data l'irriducibile antinomia dell'identità umana, se questa risiede nella Mente o nel Corpo, l'Amore mette alla prova ogni nostra concezione ontologica/metafisica.
Un piccolo triste esperimento mentale potrà essere d'aiuto. Sia il presupposto che, secondo la metafisica, qualcosa (che sia corporea o mentale) non è altro che la somma delle sue qualità, di ciò che possiamo predicare con verità della cosa, sia riferendoci al presente che al passato - in altre parole, sia il principio di identità degli indiscernibili. Poniamo che la persona amata muoia, magari senza neanche averne coscienza, a nostra insaputa, e venga sostituita da una copia perfettamente uguale. Questa copia è letteralmente indiscernibile: non solo esteriormente - essendo il cervello identico, questa copia ha concretamente e genuinamente gli stessi sentimenti che provava per noi, gli stessi ricordi formatisi nel corso del tempo passato insieme. Immaginiamo di incontrare questa copia, credendola "l'originale". Staremo con essa in maniera assolutamente normale, ripercorreremo le memorie passate insieme, ci dichiareremo l'un l'altra i sentimenti più sinceri e profondi ecc. Immaginiamo però di venire a sapere, con assoluta certezza, che "l'originale" è morta, e che nulla della copia che abbiamo di fronte reca traccia della sua morte. In poche parole, la copia e l'originale sono letteralmente indiscernibili, identiche: la copia è insieme il suo presente e il suo passato, registrato com'è nella mente e nel cervello. Se tenessimo traccia nella storia della cosa qua fascio di attributi, non noteremmo nulla di strano. Nel momento della morte dell'originale avremmo un salto ontologico radicale però, invisibile agli occhi della metafisica e del pensiero che predica "x di y". Potremmo noi ancora amare realmente la copia? Potremmo innanzitutto pensare: l'originale ha "in più" rispetto alla copia il fatto di essere morta, e sebbene la copia sia la perfetta prosecuzione della vita dell'originale per così dire da un'istante prima della sua morte, questo fa tutta la differenza. Qualcosa è morto, e non è un (mero) insieme di attributi. Ciò che noi amavamo non era un mero insieme di attributi. Noi amavamo "lei", "lui" ecc. - ossia, qualcosa che "dall'altra parte" poteva dire io così come posso anch'io. Noi amavamo, e amiamo ancora, qualcosa di estremamente specifico, al punto da non poter essere indicabile che in maniera tautologica: "io=io"; "lei=lei". Ogni predicazione generalizza, e generalizzando, la perdiamo...
Il mistero dell'Amore però non si può ridurre a qualcosa come "ciò che noi amiamo è un io trascendentale (kantiano), un puro cogito al di là dello spazio e del tempo ecc.". Il nostro Amore si aggancia di volta in volta a simboli, caratteri che non sono predicabili di alcun altro oggetto: i suoi occhi, le sue mani, la sua risata, la sua voce... Ogni neo e ogni parola, ogni movimento del corpo e ogni modulazione della voce, diventa un simbolo teologico sotto la cui superficie risplende l'assolutezza del valore che la persona amata è. Nella persona amata l'assoluto ("lei", l'universale) e il limitato ("i suoi occhi", il particolare) si sovrappongono, coincidono quasi. Ma ogni simbolo assume il suo senso da lei, risplende della e nella sua luce. Se la persona amata perdesse la vista, ameremmo la sua cecità, se perdesse il senno, ameremmo la sua fragilità. Non importa quanto l'amore carnale o quello intellettuale abbiano giocato un ruolo importante nella relazione - resteremo a prescindere da tutto. Non amiamo perché... (godiamo della bellezza e dell'intelligenza altrui ecc.), ma... perché amiamo. Amo ut intelligam.
L'Amore, nel suo assolutismo, implica una dimensione psicotica. Ma se la prima psicosi è quella che, distanziando il puro soggetto dell'immediatezza dell'animalità, rende possibile la cultura come seconda natura, come habitus, ἦθος, l'Amore è, nella sua dimensione psicotica, un Evento sostanzialmente anti-etico. La storia dell'Essere, da Platone a Nietzsche (e con lui Heidegger), si muove nella dimensione dell'ἦθος - l'Amore rompe questo fluire, strappa non solo lo spazio ma anche il tempo.
"I'm drawn across the universe to someone I haven't seen in a decade... Who I know is probably dead. Love is the one thing we're capable of perceiving that transcends dimensions of time and space" (Interstellar, 2014).
È vero che l'Amore può a suo volta risolversi in una più alta unità etica (la coppia, la coincidenza dinamica di Uno e Due, in cui imparando l'uno dall'altro, i due amanti esprimono una maggiore e più creativa potenza etica), ma ciò non esaurisce né rende conto del mistero dell'innamorarsi - anzi, proprio per questo l'innamorato puro è la persona più pericolosa al mondo: se Dio esiste, tutto è permesso. L'Arte, a ben vedere, riesce raramente a rappresentare l'Amore nella sua purezza misterica. Lo fa la lirica, che da Saffo a Leopardi esprime nel suo non detto fondamentale la Verità più radicale e straziante, quella cui si può solo alludere; lo fa la musica romantica, l'eroico sforzo del genio nei confronti di ciò che è in lui più di egli stesso, uno sforzo che è innanzitutto contro sé stessi. Innamorarsi è un atto di rottura, un atto rivoluzionario. L'Amore è quindi Angoscia condivisa. In senso esistenziale, l'Angoscia rimette l'uomo alla sua più propria libertà, lasciando che esso si colga come un tutto nella prospettiva della sua morte. Nella Angoscia un uomo si scopre irriducibile a qualsiasi predicazione generale, e insieme qualcosa di più di un mero individuo: un "Universale particolare". L'Amore scopre nella persona amata, nella sua irriducibilità (e dunque: santa e rispettosa alterità), il Reale dell'intero mondo, ciò che è vero del mondo più del mondo stesso. L'intero ordine dell'Essere è sottosopra, rivoluzionato permanentemente. Ogni rivoluzione costa però fatica. Amare vuol dire faticare e soffrire e trasformare la propria fatica in canto, il proprio dolore in cura per la persona amata. Amarsi significa soffrire in due, camminare insieme in salita, respirare insieme l'aria rarefatta della montagna, affrontare insieme lo scorrere alienante delle ore che la vita ci strappa via, creare insieme. La apparente tranquillità della routine del "nido" cova in sé un drago, la cui forza tanto tiene insieme quanto anche rischia di separare. Wer groß liebt, muß groß leiden.
![]() |
| Afrodite accovacciata; copia romana da un originale bronzeo del 250 a.C. circa dello scultore Doidalsa. Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. |


